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Per decenni le trasmissioni del Cavaliere sono state invase da donne seminude e culi in evidenza. Già allora, Berlusconi utilizzava quei programma come bacino per allietare le proprie serate Solo quando gli dei stanno cadendo si viene a sapere dei loro vizi e delle loro ignobili debolezze. Così grazie al Rubygate finalmente si iniziano a capire alcuni meccanismi che hanno fatto del berlusconismo un’egemonia.Per decenni le sue televisioni sono state invase da donne seminude e culi in evidenza. Non c’era trasmissione – politica, sportiva, comica, d’intrattenimento, – che non ne avesse almeno una da mostrare al pubblico. Tanto che alla fine ci siamo abituati, sembrava persino naturale. “Gli italiani lo vogliono, altrimenti cambierebbero canale”, dicevano i tromboni.
Be’, non era proprio così. Lo voleva Silvio, e ora si capisce per quale fine. Forse tutto comincia con Drive In, la trasmissione comica della domenica sera (inizia nel 1983). È la risposta a Non stop, programma di mamma Rai, se non per una cosa: ci sono donne sexy che inutilmente animano gli stacchi tra una pubblicità e l’altra. Non fanno altro, passeggiano.Ebbene, è del 1986 un’intercettazione in cui Silvio si lamenta con Dell’Utri. È l’ultimo giorno dell’anno, ma lui pare furente. “Iniziamo male l’anno”, dice. E l’altro, che forse pensa a una bomba: “Perché?” “Perché dovevano venire due di Drive In che ci hanno fatto il bidone! E anche Craxi è fuori dalla grazia di Dio!” Dell’Utri capisce che non si sta parlando di comici. Risponde: “Ma che te frega?” E Silvio, come se fosse ovvio: “Che me ne frega? Poi finisce che non scopiamo più! Se non comincia così l’anno, non si scopa più!”
È a quei tempi che il meccanismo comincia a oliarsi. Fornire donne al tycoon, riempirgli le serate. Meglio se tante, così da poter scegliere come in un harem. È il modello che Veronica Lario qualche anno più tardi descriverà con la metafora “figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo”.Ma torniamo al “meccanismo Drive In”. Una volta avviato, comincia a ingrossarsi. Allora, sempre stando alla procura di Milano, la ricercaspasmodica di nuovo materiale viene affidata a personaggi come Lele Mora, Emilio Fede (e chissà chi altri). Uomini dello spettacolo, dunque capaci di orientare i format delle trasmissioni di successo. Non a caso quelle con culi e gambe in mostra si moltiplicano. E a tutte le ore. È il cosiddetto velinismo, ossia la quintessenza del maschilismo e della mercificazione del corpo femminile. La donna non è più nemmeno oggetto, ma gradevole soprammobile; fa la passacarte e soprattutto non parla mai. In un certo senso, rappresenta la donna perfetta secondo i gusti dell’uomo sessantenne:possiede la rassegnazione di quella di una volta e il corpo di una ragazzina di oggi.
È in quel momento che il modello “vergini che si offrono al drago” assurge a sistema. E da sistema si fa costume. In cambio delle prestazioni si offrono soldi e comparsate nelle trasmissioni. E siccome il talento va speso nell’ars amatoria, le qualità per accedere al mondo dello spettacolo vengono annullate. Basta mostrare le proprie bellezze. Alla Fattoria, al Grande Fratello, all’Isola dei Famosi, ma anche a Camera Café e a Colorado Café. Infine la politica. Anch’essa da offrire come ricompensa insieme all’alloggio nel residence Dimora Olgettina (come capita a Nicole Minetti). Se Frank Zappa diceva che la politica è il ramo dell’industria dedicato all’intrattenimento, in Italia è per l’intrattenimento del drago.Ricordiamoci come finisce la telefonata tra Berlusconi e Dell’Utri, quella del 1986. Perché lì è già contenuto quel modo di pensare che, gramscianamente, sarebbe poi diventato egemone nel paese, trasmissione dopo trasmissione, bunga bunga dopo bunga bunga. Infatti, dopo che Silvio si è raccomandato – “le tette siano tette!” – i due si salutano con rispetto. Come? Dicendo: “Un abbraccio, anche a Veronica. Ciao!” “Anche a te e tua moglie, ciao!”.
Certo, perché le madri dei loro figli non sono mica donne da Drive In. Ebbene, è questa la mentalità che un’accolita di anziani maschilisti, allupati e di cattivo gusto ha trasmesso al paese, stravolgendone per sempre i costumi. E tutto per il diletto personale del drago. Quanti anni ci metteremo a superare questo modo di vedere il sesso, le donne e i giovani; e che impatto avrà avuto sulle generazioni che sono vissute esclusivamente nella bolla berlusconiana? E quanto ci metteranno le donne a recuperare il tempo perduto? Si ha l’impressione che, quando il Berlusconi politico sarà venuto meno, ci sarà molto da lavorare.
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Ci si può imporre di essere spietati nel giudizio, di non allinearsi alle solite incensature. Si può decidere di seguire il concerto degli U2 puntando sulle incrinature invece che sui fregi, per sottrarsi alla noia di doverne sempre parlare bene. Tanto, male, non gli fa. E’ come dare un pizzico a un gigante. Ma una volta seduti, una volta essersi prestati a diventare parte integrante del 360° tour (il pubblico è un pilastro inamovibile della struttura), si dilegua qualsiasi voglia di criticare. Perché le critiche, davanti a un simile spettacolo, sono stranamente meno affascinanti di un tuffo nella massa uniforme del consenso.
Bellissimo oscillare in settantacinquemila fino a prendere il ritmo di un’unica onda che lambisce la sponda irlandese.
Il colpo d’occhio è straordinario, proprio nel senso di fuori dalla norma. Al centro dello Stadio Olimpico un palco aperto da ogni lato, sovrastato da un ragno e delimitato da quattro enormi chele, un maxischermo cilindrico mobile di 54 tonnellate e 500mila pixel, 30mila cavi, ponti, passerelle, e la guglia centrale che svetta per oltre cinquanta metri. Una basilica meccanica ispirata all’architettura di Gaudì, pensata per far girare vorticosamente la musica e per accorciare le distanze fra band e spettatori. E in effetti il risultato è quanto di più ravvicinato si possa immaginare per uno stadio.
Quando attacca l’intro “Return of the stingray guitar” è subito chiaro che l’impatto visivo non è che una delle componenti del concerto. Ci si trova davanti una live band, che non usa gli effetti ottici per distrarre o per nascondere debolezze. Dopo il conto alla rovescia di “Space oddity” gli U2 entrano a luci accese, come a un incontro di boxe, passeggiano in mezzo alla folla, e nonostante l’impalcatura polifunzionale, lo sguardo del pubblico riesce sempre ad essere fisso sul palco.
Parte “Beautiful day”, e a seguire “I will follow” da “Boy”, l’esordio dell’ ottobre 1980, quando il gruppo si muoveva sul terreno della new wave (a proposito una menzione va ai bravi Interpol d’apertura), un brano così grezzo e vitale che fa trasalire chi ama gli albori del gruppo. Dall’ultimo “No line on the horizon” arrivano “Get on your boots” e “Magnificent”, da “Achtung baby” “Mysterious ways” e “Until the end of the world”, da “All that you can’t leave behind” “Elevation” e la bella “In a little while” (e il pensiero vola a Joey Ramone).
Su “I still haven't found what I'm looking for” Bono ricorda il concerto del Flaminio del 1987, data precisa in cui gli U2 si innamorarono di Roma e viceversa, la chiama “una città magica”, e gli spalti ricambiano con la coreografia del tricolore a tracciare la scritta “One”, una toppa sull’Italia in mille pezzi.
Da “The Unforgettable fire” del 1984 spunta “Bad” e la ninnananna “MLK”, nata per Martin Luther King e ora dedicata a Aung San Suu Kyi, legata a “Walk on” e a “You'll never walk alone”, con tanto di fiaccolata perimetrale. Su “City of blinding lights” lo schermo scende, si allunga, la guglia proietta luci bianche verso la galassia, un faro che sembra segnare la via per la terra agli alieni.
La discoteca parte con “Vertigo”, esagera su “I'll go crazy If I don't go crazy tonight” che, oltre a non essere il momento più edificante, si scontra con quello successivo, serio, atteso, di “Sunday bloody sunday”, la cui marcia iniziale scatena il delirio. Ieri per l’Irlanda, oggi per il Medio Oriente. “Per quanto ancora dovremo cantare questa canzone?”
Intanto Bono la dedica a Roberto Saviano, ricevuto privatamente prima di entrare in scena (c’era anche Zucchero ad attendere udienza).
Il primo bis, anticipato dal video del dell’arcivescovo africano Desmond Tutu è su “One”: lo stadio diventa un tempio, quella la sua preghiera. L’inno “Amazing grace” segna uno dei momenti più toccanti e “Where the streets have no name” si accompagna ad un filmato che commuove i nostalgici, risalente all’epoca di “The Joshua tree” dove i quattro camminavano giovanissimi e in piena grazia creativa nel deserto californiano. Il secondo bis si apre con “Hold me, thrill me, kiss me, kill me”, cantata ad un microfono spaziale illuminato. Tanta tecnologia che Batman al confronto appare un personaggio preistorico. Poi è tempo della ballata “With or without you”, in una versione quasi trascinata, intensa, e il finale su “Moment of surrender”.
La scaletta non dimentica le hit, guarda molto al passato prossimo o addirittura al futuro (“Mercy” sarà contenuta in “Songs of ascent”) ma lo spettacolo è talmente organizzato che lascia poco margine all’improvvisazione e a sorprendenti ripescaggi, così gli U2 si prendono qualche libertà scegliendo a rotazione frammenti di cover (ieri è toccato a “Get up stand up” di Bob Marley, “Relax” dei Frankie Goes to Hollywood, “Anthem” di Leonard Cohen”).
Chi preferisce l’essenzialità sarà rimasto perplesso dalle derive discotecare e da certe pacchianerie (abbigliamento compreso), ma l’intrattenimento è un aspetto fondamentale degli U2 di mezza età e, col cuore in pace, può anche divertire.
Si può essere infastiditi dal fatto che sermoni e santini vengano agitati su un palco che costa 750.000 dollari al giorno, si può essere disillusi dai raduni filantropici dove ci si vuole bene collettivamente ma ci si odia singolarmente, ci si batte qualche ora per un ideale e poi lo si dimentica sul prato, ma senza speranza non si fanno grandi imprese. E la speranza è che davvero il lavoro degli U2 serva e servano queste adunate. Chi era al concerto ieri sera, almeno per la sua durata, non ha avuto dubbi a riguardo.
La più grande catastrofe per chi fa rock è avere grande successo, perché è difficile mantenersi ribelli credibili con un conto in banca milionario. Ma è altrettanto facile mantenersi integri vendendo solo qualche disco. Gli U2 hanno trovato un proprio equilibrio e restano, nel music business, un esempio di resistenza: artistica, perché anche negli episodi peggiori non sono mai scesi al di sotto del dignitoso, e familiare, perché malgrado i disaccordi sono insieme da trent’anni e passa. Gli stessi del principio.
The Edge, con il suo caratteristico suono, l’uso particolare del delay che riesce a determinare l’atmosfera dei brani, a dare aria e creare lo spazio, quell’eco che sembra spedire le note all’infinito. Bono, bravo a fondere estensione vocale e interpretazione. Nel live non è il candidato in odore di Nobel per la pace, il politicante impegnato in colloqui presidenziali, il santo bevitore, il martire o l’evasore fiscale, il presenzialista, l’ipocrita, a secondo dei gusti. Qui è la voce. E che voce. Ha ingranato dall’inizio e ha raggiunto l’apice su “Miss Sarajevo”. La sezione ritmica è misurata, il basso di Adam Clayton suona poche note ma giuste, Larry Mullen Jr incide con il suo drumming pulito, concreto, sempre al servizio del pezzo. Hanno tutti imparato a suonare strada facendo e ne hanno fatta di strada, fino a raggiungere un intreccio armonioso, una tessitura unica di cui si deve tener conto a prescindere da qualsiasi altro orpello.
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La conferenza stampa tenuta ieri da Denis Verdini - il coordinatore del Popolo delle libertà inquisito da due procure della Repubblica - sarà riproposta più volte negli anni a venire quando - perché quel momento verrà - il Paese potrà ragionare con serenità, e magari ridere, di questo momento della sua storia. Allora ci si stupirà nel rivedere quelle immagini, proprio come oggi ci si stupisce davanti alla mimica mussoliniana e alla retorica dei documentari dell’Istituto Luce.
E ci si domanda come un Paese civile potesse sopportare quel tragico pagliaccio e la corte mediocre dei suoi servi. Mentre scorreranno le immagini di Denis Verdini - l'ex macellaio diventato banchiere e poi politico, uno degli uomini più potenti di quella povera Italia - non faremo caso, tanto ci parranno ovvie, alle parole dello speaker che ci racconterà come il 28 luglio del 2010, nel mezzo di una crisi economica planetaria devastante, mentre il Paese era impegnato in una guerra che proprio quel giorno aveva portato via due dei nostri ragazzi, la principale preoccupazione del capo del governo fosse trovare il modo di far fuori politicamente la terza carica dello Stato colpevole di aver avuto un sussulto di pudore davanti al tentativo di coprire l’illegalità dilagante con una legge fatta per imbavagliare la libera stampa e rendere più difficile le indagini contro le associazioni mafiose. «Le organizzazioni criminali - dirà lo speaker - all’epoca erano penetrate fino ai vertici dello Stato.
Poche settimane prima uno dei principali collaboratori del premier, nominato dal medesimo premier senatore, era stato condannato nel processo d’appello a sette anni di carcere per i suoi rapporti con Cosa Nostra. Lo stesso reato contestato, ma per rapporti con la camorra, al sottosegretario all’Economia del governo in carica. In quegli stessi giorni erano finiti sotto inchiesta, per vari reati tra cui quello di violazione della legge contro le associazioni segrete, il senatore, il sottosegretario all’Economia, un altro sottosegretario (quello alla Giustizia) e lo stesso Denis Verdini che, in quella ormai storica conferenza stampa del 28 luglio 2010, svolse un monologo di una quarantina di minuti prima di consentire ai giornalisti di porre qualche domanda».
«Il giorno prima era stato sentito per nove ore dai magistrati. Si era trovato in difficoltà soprattutto davanti alle contestazioni relative ai suoi rapporti con Flavio Carboni, uno dei personaggi più squalificati dell’epoca, col quale - al pari del senatore condannato per Cosa Nostra - aveva stabilito un rapporto di cordialità, di amicizia, e anche d’affari. Ma, come avete sentito, nei quaranta minuti del suo monologo, Denis Verdini non fece alcun riferimento a quelle circostanze. Anzi, giunse a sostenere che quanto stava dicendo non era la “sua” verità ma “la Verità” perché egli, essendo parte in causa in quelle vicende, meglio di tutti le conosceva. Come se oggi un imputato di omicidio chiedesse d'essere prosciolto sulla parola».
«Ma erano quelli i tempi. Il capo del governo controllava l’intero sistema d’informazione televisiva e l’anno prima aveva invitato esplicitamente gli industriali a negare la pubblicità ai giornali non allineati. Erano anche in atto un serie di provvedimenti finalizzati a colpire economicamente, per eliminarla, la carta stampata. Ma, nello stesso tempo, i quotidiani sotto controllo governativo effettuavano un’opera sistematica di denigrazione degli avversari politici. Quella mattina su un quotidiano di proprietà del fratello (egli pure plurinquisito) del premier era apparso un articolo scandalistico sulla terza carica dello Stato». «Ma torniamo alle immagini.
Avete sentito le urla? Accadde quando una giornalista de l’Unità domandò spiegazioni circostanziate su alcuni passaggi di denaro tra Flavio Carboni e la banca di Denis Verdini. Si trattava della questione più imbarazzante. Quella che, nell’interrogatorio, aveva creato i maggiori problemi. Perché inspiegabile che un personaggio squalificato come Flavio Carboni avesse trasferito una grossa somma di denaro a uno dei più importanti leader del partito di governo il quale, per perfezionare l’operazione, aveva anche utilizzato un prestanome». «Ma, cari ascoltatori, attenzione: le urla che avete sentito non erano di Verdini. Egli, al contrario, per l’intera conferenza stampa, mantenne un atteggiamento cordiale, almeno in apparenza, e disse col sorriso sulla labbra anche frasi che, ai diretti interessati, suonarono minacciose.
Come quando definì chissà perché “morbosa” la domanda della giornalista de l’Unità , o quando, facendone il nome e il cognome, si domandò con finto stupore perché mai fosse assente una giornalista del Corriere della Sera che aveva scritto articoli documentati sulla sua vicenda giudiziaria. A gridare fu un altro giornalista che in passato era stato parlamentare e anche ministro per la stessa coalizione del capo del governo e di Verdini. Urlò un paio di offese contro la giornalista de l’Unità colpevole di aver fatto la domanda giusta. Poi - concluso il servizio - andò via. Dirigeva un giornale del quale Verdini eracomproprietario. Succedevano queste cose in quelli che oggi ricordiamo come “Gli anni della vergogna”».
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