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Il Padiglione Venezia ai Giardini ospita, in occasione della 12^ Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, un doppio omaggio "veneto": ad un scultore, Toni Benetton, e ad un architetto, Toni Follina. Ne sono curatori Carlo Sala e Nico Stringa. A promuoverlo sono la Regione del Veneto e il Comitato per il Centenario di Toni Benetton.
A tutta prima potrebbe apparire per lo meno curioso che sia una Biennale di Architettura ad ospitare un omaggio ad uno dei maggiori scultori veneti e italiani del Novecento, Toni Benetton, appunto, nel centenario della sua nascita. Doppiamente curioso: perché scultore e perché artista deceduto da tempo. In realtà non c'è alcuna contraddizione: del grande maestro veneto viene qui proposta una visione del tutto peculiare, di scultore - urbanista, in largo anticipo rispetto a tematiche oggi finalmente dibattute ed acquisite. I Townscapes ideati da Benetton già a partire dagli anni Settanta, e ora riproposte alla Biennale, fanno dell'opera d'arte il fulcro, lo strumento primo per assicurare unitarietà e dignità, tramite appunto l'arte, a luoghi periferici e ad architetture di scarso o nullo pregio. E tutto questo molto prima che questi temi fossero all'ordine del giorno di architetti ed urbanisti. L'esplicarsi del rapporto fra arte e architettura, insito nella ricerca di Benetton, è ancora in parte inedito per la critica. A esordio della mostra, nella zona verde antistante il Padiglione Venezia accoglie "Vivibile", un'opera di Benetton che anticipa le tematiche trattate nel percorso espositivo.
La riflessione sul tema di Toni Benetton ha inizio con il filone delle "linee generatrici" degli anni Settanta, composto da grandi opere in acciaio corten concepite per attribuire nuovi significati alle aree urbane. A questo si è innescato successivamente il ciclo di ideazioni, mai realizzate, denominate Townscapes.
Proprio a questo tema è dedicato il Padiglione, in un percorso che propone elaborati progettuali e plastici, mostrando una visuale completa sulla ricerca compiuta sugli undici progetti di Towscapes.
Nell'idea dell'artista, dovevano essere opere, in metallo verniciato, concepite non tanto per essere un semplice prodotto scultoreo e autosufficiente nel tessuto urbano, bensì per divenire vere e proprie strutture da attraversare come porte o da frequentare per una sosta, secondo criteri di relazionalità. Solidi geometrici, atti a mettere in dialogo fra loro gli edifici circostanti in modo tale da rendere possibile il superamento della sintassi urbanistica fondata sulla mera giustapposizione dei volumi costruiti. Una riflessione che porta all'instaurarsi di una connessione nuova fra le parti, capace tra l'altro di generare un contesto di senso per l'esperienza sociale quotidiana, quindi una prospettiva che avvicina l'arte, l'architettura ed i luoghi alla percezione delle persone.
Se si tiene conto della propensione da parte delle archistars a creare grandi icone nelle metropoli senza porsi problemi di tipo funzionalista e sociale, è lecito affermare che Benetton offre una lezione attualissima, seguendo la prospettiva della reinvenzione del paesaggio costruito.
Negli anni Ottanta, periodo in cui venivano concepiti i Townscapes, un significativo contributo alla ricerca architettonica italiana è stato dato da Toni Follina, autore che con Benetton ha condiviso il medesimo clima culturale e nel cui lavoro si possono rinvenire delle riflessioni affini, pur partendo da una matrice espressiva differente. Nel 2009 è stato inaugurato uno dei progetti più caratterizzanti la ricerca di Follina, il recupero del Sant'Artemio di Treviso - un ex-manicomio, riconvertito a sede istituzionale dell'ente Provincia - articolato in padiglioni immersi nel verde di un parco monumentale. A questo articolato intervento, che ha ricevuto prestigiosi premi e menzioni internazionali, è dedicato una parte del Padiglione Venezia con l'esposizione di plastici e fotografie. In questo lavoro lo spettatore può ritrovare alcuni degli elementi che caratterizzano la matrice architettonica di Follina.
Il complesso, che possiede la stratificazione di un secolo di storia, ha mantenuto la morfologia esterna dei corpi di fabbrica esistenti. Nuovi volumi sono stati poi organicamente interconnessi con passerelle sopraelevate e ulteriormente integrati, nei versanti a nord, con espansioni caratterizzate da tecnologie avanzate studiate per garantire la leggibilità della parte storica e del parco rispetto al nuovo.
Un mix fra codici costruttivi storicizzati e linguaggi architettonici della contemporaneità, per un intervento che integra in se stesso anche componenti urbanistiche e ambientali, nonché una chiara vocazione a una fruizione pubblica che va oltre la dimensione amministrativa e ne fa uno spazio per la cittadinanza, in cui la persona con le sue esigenze assume un ruolo fondamentale in rapporto con il luogo.
A completare il percorso, due video. Uno dedicato a Toni Benetton e uno a Toni Follina. Per il primo, frammenti di repertorio provenienti dall'archivio del museo dedicato all'artista, mostreranno l'autore mentre lavora con di sottofondo la narrazione dei Towscapes. Nel secondo, scorreranno immagini del Sant'Artemio, ed a corredo alcun riflessioni circa l'estetica costruttiva di Toni Follina.
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La Regione del Veneto bandisce, in collaborazione con il Parco Delta del Po, il Premio giornalistico Parchi del Veneto 2010. Obiettivo del Premio è, come recita il Bando, "la conoscenza e la valorizzazione dei Parchi del Veneto (Parco Naturale Regionale delle Dolomiti D'Ampezzo, Parco Naturale Regionale della Lessinia, Parco Regionale dei Colli Euganei, Parco Regionale del Fiume Sile, Parco Regionale del Delta del Po e Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi) e, più in generale, lo stimolo ad una più attiva coscienza ambientale e ad una cultura della promozione, nel rispetto del territorio e delle sue peculiarità ambientali". Potranno concorrere al Premio gli autori di servizi pubblicati dai media scritti, radio-telediffusi e online sui temi in concorso purché pubblicati o diffusi nell'anno solare precedente a quello della pubblicazione del presente bando e entro i primi sei mesi dell'anno in corso. Per questa prima edizione il periodo di pubblicazione/diffusione è quello intercorrente dal primo gennaio 2009 al 30 giugno 2010. Scadenza fissata per far pervenire articoli e servizi in concorso: il 10 settembre 2010. Il Premio per la stampa 2010 sarà assegnato, con giudizio insindacabile, da una Giuria nominata dalla Regione del Veneto e composta da: un rappresentante della Regione del Veneto, un rappresentate dell'Ente Parco Regionale del Delta del Po (ente ospitante dell'edizione 2010) e da tre membri tecnici (Marco Berchi, direttore del mensile del Touring Club Italiano "Qui Touring", Marco Hagge, giornalista RAI, Francesco Petretti, collaboratore scientifico di "Geo & Geo"). Il Premio è unico e consiste nel conferimento di una targa di riconoscimento e nell'ospitalità, per una settimana, presso strutture dell'area del Parco del Delta del Po, per approfondire la conoscenza del parco e promuoverne le peculiari caratteristiche ambientali. A giudizio della Giuria, potranno essere assegnati anche eventuali premi speciali, nel numero massimo di tre. Anche nel caso degli insigniti del premio speciale vale il riconoscimento di una unica titolarità del servizio/articolo, a discrezione dei partecipanti al concorso, come indicato nella scheda di partecipazione. Il Bando ufficiale del Premio e la Scheda di partecipazione si possono scaricare dal sito Parchi del Veneto all'indirizzo www.parchiveneto.it). La cerimonia di premiazione si svolgerà nel Parco del Delta del Po il giorno 9 ottobre 2010.
Per informazioni: Regione del Veneto - Direzione Regionale Enti Locali (entilocali@regione.veneto.it, tel. 041 2795914
Studio Esseci di Padova (incaricato delle attività di comunicazione del Premio Parchi del Veneto 2010): tel. 049.663499, gestione2@studioesseci.net |
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La prima grande monografica italiana su Jim Goldberg, fotografo statunitense della Magnum, recente vincitore del Premio Cartier Bresson, inaugura a Pordenone una delle due sedi che andranno a costituire la nuova Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Pordenone "A. Pizzinato", denominazione che si condenserà nella sigla PARCO, Pordenone ARte COntemporanea. Lo spazio in questione è opera di Thomas Herzog che qui ha voluto realizzare un modello di recupero di edifici storici secondo criteri di assoluta ecocompatibilità, creando uno spazio che compenetra armonia e funzionalità ad un forte significato ambientale. Uno spazio interno alla città e alla sua quotidianità e che si integrerà alla sede principale di PARCO, edificio che a sua volta sarà inaugurato da una retrospettiva dedicata a Corrado Cagli. La mostra è una produzione Comune di Pordenone, Assessorato alla cultura e MagnumPhotos di Parigi e gode del patrocinio del Consolato Generale degli Stati Uniti d'America a Milano.
Goldberg, a tutta prima, potrebbe apparire come un Giano bifronte. Da un lato è da tempo impegnato in una indagine, dura, senza alcuna concessione estetizzante, sulle condizioni di violenza e marginalità, che si esprimono nelle periferie o nelle realtà sociali complesse della sua America, ma anche in altre parti del pianeta. Dall'alto crea suggestioni che Dolce & Gabbana, come molte riviste di fashion, scelgono per le proprie campagne di comunicazione nella moda.
La mostra pordenonese - curata da Valerie Fougeirol e Marco Minuz - evidenzia come questi filoni di ricerca risultino antiteci solo in apparenza. Entrambi infatti conducono ad una unica, complessa ricerca sui mutamenti sociali che coinvolgono tutti gli stati e gli ambienti delle società contemporanee, si tratti di popolazioni decimate dall'Aids nel centro Africa che di giovani e giovanissime dell'upper class made in US alla ricerca di una difficile identità da adulti.
Dal 6 novembre al 30 gennaio, questa spazio riunirà oltre 300 foto, video, oggetti, testi, per condensare tutte le principali tappe della carriera artistica di Goldberg. Proprio dalla ricomposizione di una produzione che in altre mostre è stata "tematizzata" e quindi parcellizzata si ha la percezione dell'originalità, complessità e forza della ricerca che il grande fotografo ha compiuto e che continua ad approfondire.
Goldberg ha iniziato ad esplorare metodi narrativi sperimentali e le annesse potenzialità della combinazione fra immagini e parole con il suo lavoro "Rich and Poor", progetto sviluppato fra il 1977 e il 1985, forte ed incisiva raffigurazione della contemporaneità americana; nel progetto Goldberg accostò immagini di persone in condizioni disagiate con immagini di persone dell'alta borghesia della costa occidentale americana, inseriti nelle loro eleganti dimore. Un progetto dal forte impatto emotivo, dove le foto venivano arricchite da testi-annotazioni delle stesse persone fotografate che trascrivevano le loro aspirazioni, percezioni e illusioni nella carta della foto stessa. Un progetto che mirava ad investigare la natura americana dei miti relativi alle classi sociali, al potere e alla felicità. Parte del progetto "Rich and Poor", che si compone di 25 stampe fotografiche dove le immagini si combinano ai testi presenti in esse, fu esposto per la prima volta nel 1984 presso il Moma, Museum of Modern Art di New York nella mostra "Three Americans" e l'anno seguente venne pubblicato dalla casa editrice Random House. Una nuova edizione di tale progetto è in corso di preparazione ad opera della casa editrice Steidl. Il progetto successivo, "Raised by Wolves", vede Goldberg lavorare a stretto contatto con le vicende umane e i problemi di una giovane ragazza scappata di casa che vive la dura realtà degli "outsider" del mito americano nelle strade delle città di San Francisco e Los Angeles. Jim Goldberg fra il 1987 e il 1993 si occupa di documentare fotograficamente ed intervistare nelle strade della California le tematiche adolescenziali di questi ragazzi disagiati, le vicende dei loro operatori sanitari che li assistono e della polizia. Questo lavoro permette di rendere perfettamente la reale dimensione della straziante vita delle strade americane e della contraddittoria cultura istituzionale che la circondava. Progetto che si compone di fotografie, video, documenti, oggetti e testi scritti a mano, in grado di ricreare una specie di perfetta ambientazione della difficile vita di questi ragazzi. Ma contemporaneamente risulta essere un toccante lavoro sul complesso e contraddittorio periodo dell'adolescenza, nello specifico negli Stati Uniti d'America; un periodo ricco di insidie in particolare le droghe, la violenza e lo sfruttamento, ma anche con disperata necessità di felicità. Il progetto "Open See" documenta l'esperienza delle persone che sfuggono da realtà in guerra, da violenze, oppressioni, povertà e realtà devastate dal problema dell'AIDS, per cercare di raggiungere l'Europa e ricrearsi una nuova vita. Originari dall'Africa, dall'Asia, dalle Est Europa e dal Medio Oriente, questi "nuovi europei" sono testimoni di violenze e brutalità ma anche di nuovi orizzonti da conquistare.
Storie di violenza e speranza raccontate da Goldberg con misura, senza ricerche di inutili coloriture. Storie che sono gli stessi protagonista a raccontarci, con i propri volti e con le riflessioni che li accompagnano. Un documentario sul lavoro di Jim Goldberg, con numerose interviste, accompagna le immagini in mostra.
Parallelamente alla mostra su Jim Goldberg, durante il periodo d'apertura, saranno proposte conferenze, workshop, incontri con importanti figure del mondo dell'arte contemporanea.
"Jim Goldberg". Pordenone, PARCO, Pordenone ARte COntemporanea, Galleria Arte Moderna e Contemporanea di Pordenone "Armando Pizzinato (via Bertossi ), 6 novembre 2010 - 30 gennaio 2011. Mostra promossa ed organizzata dal Comune di Pordenone, Assessorato alla Cultura in collaborazione con Magnus Photos. Patrocinio del Consolato Generale degli Stati Uniti d'America a Milano. A cura di Valerie Fougeirol e Marco Minuz. Presente catalogo di mostra. Ingresso: gratuito
Ufficio Stampa: Ufficio Stampa del Comune di Pordenone tel. 0434.392485 ufficio.stampa@comune.pordenone.it |
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Dal 29 gennaio al San Domenico Melozzo da Forlì: la mostra più completa mai proposta I capolavori di Mantegna, Piero della Francesca, Bramante e Raffaello affiancheranno quelli del maestro forlivese
"Senza Melozzo, il Cinquecento di Raffaello e Michelangelo non sarebbe mai esistito". L'opinione di Antonio Paolucci,direttore dei Musei Vaticani, rende perfettamente l'idea di quanto il maestro forlivese abbia "pesato" sull'intero Rinascimento. Dal 29 gennaio al 12 giugno, la sua città natale, Forlì, lo celebra con la più completa esposizione che mai gli sia stata dedicata. Al San Domenico saranno riunite praticamente tutte le opere "mobili" dell'artista, riunendo anche gli affreschi staccati del colossale ciclo da lui creato per l'abside della Chiesa dei Santi Apostoli a Roma, ciclo disperso tra Musei Vaticani e Quirinale. La mostra proporrà inoltre capolavori dei grandi, da Mantegna, a Piero della Francesca (in mostra anche la sua "Madonna di Sinigaglia"), Bramante e Berraguete, da cui Melozzo trasse insegnamenti e suggestioni o che, come il Beato Angelico, Mino da Fiesole, Antoniazzo Romano, frequentò nella Roma pontificia. Infine un ampia sequenza di opere, selezionate per precise affinità, di artisti che a lui si ispirarono, in particolare Raffaello presente in mostra con un nucleo strepitoso di capolavori, e che di lui furono allievi, e tra tutti il Palmezzano. Insieme a opere di Perugino, Benozzo Gozzoli, Paolo Uccello, a comporre una emozionante carrellata di grandi interpreti di uno dei momenti più felici della storia dell'arte. La mostra, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Forlì, è curata da Antonio Paolucci, Daniele Benati e Mauro Natale. L'allestimento sarà curato dallo Studio Wilmotte et Associes di Parigi e Lucchi & Biserni di Forlì.
Informazioni e prenotazioni: HYPERLINK "http://www.mostrafiori.com" www.mostramelozzo.com Mostra tel. 199 199 111 Visite guidate e laboratori tel. 02 43 35 35 25 HYPERLINK "mailto:servizi@civita.it" servizi@civita.it
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Appuntamento di livello assoluto quello che la Fondazione Ferrero, la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo e la Regione Piemonte propongono per la stagione culturale d'autunno. Si tratta della più approfondita esposizione mai dedicata al mondo ad un tema fondamentale nella poetica di Giorgio Morandi, quello del paesaggio.
Per questa mostra Maria Cristina Bandera, che ne è la curatrice, ha selezionato e ottenuto una scelta di opere di indiscussa qualità, individuate anche a partire dai destinatari cui lo stesso Morandi le aveva riservate, in particolare i suoi interpreti - Cesare Brandi, Cesare Gnudi, Roberto Longhi, Luigi Magnani, Carlo Ludovico Ragghianti, Lamberto Vitali - e i suoi più importanti collezionisti. In tutto più di settanta opere, soprattutto dipinti su tela e una ristretta scelta di acquerelli.
Proprio per ricreare i fili di committenze famose e di amicizie altrettanto importanti, la rassegna si amplia ad una ulteriore selezione di opere appartenute agli artisti contemporanei a Morandi, che per primi ne compresero la grandezza, e di tele ammirate da letterati come Giorgio Bassani, che dedicò una poesia a un Paesaggio di Morandi, poi scelto per la copertina delle sue Storie Ferraresi.
Questo importante aspetto della pittura di Morandi è valorizzato da un intenso lavoro di ricerca, supportato da confronti e approfondimenti che danno vita alla mostra, inedita nel suo genere, ed anche a un catalogo caratterizzato da rigorosa scientificità e da un'aggiornata lettura trasversale.
Ciascuna opera in mostra risponde a criteri ben precisi di scelta. Così l'esposizione prende avvio da un primo strepitoso nucleo di opere degli anni dieci, oli rarissimi e mai sino ad oggi riuniti in numero così elevato, "paesaggi" connotati da esperienze formative, ad iniziare da Cézanne, che sfociano in quelli successivi degli anni venti dove l'esperienza cézanniana si somma a una sintesi derivata dalla conoscenza di Piero della Francesca, meditato sulla monografia di Roberto Longhi del 1927. E, a seguire, quelli degli anni trenta in cui Morandi raggiunge una grandezza autonoma e risultati altissimi.
Una sezione nutrita è quella successiva, dedicata ai paesaggi severi e spogliati di naturalismo, realizzati negli anni della guerra quando, isolato a Grizzana, Morandi tornò ripetutamente su questo tema, raggiungendo uno dei vertici della sua pittura, anzi, secondo Roberto Longhi «il culmine [.] forse il più alto da lui raggiunto, dai paesaggi del 1943». Infine, per ripercorrere l'intero svolgimento dell'attività dell'artista, sono previsti i "cortili di via Fondazza" degli anni cinquanta e, nuovamente, i paesaggi di Grizzana dei suoi ultimi anni, pervasi da un'inquietudine moderna, caratterizzati da una scarna essenzialità e dal rarefarsi della pittura, quando ormai il confine tra paesaggio e natura morta si fa labile, così da poter prevedere di accostare almeno un'opera di questo genere.
«Il progetto espositivo - afferma Maria Cristina Bandera - è studiato per mettere in risalto l'itinerario mentale compiuto da Morandi nell'affrontare un tema che gli è peculiare e per permettere al grande pubblico di conoscere e fare proprie la "poesia" e la grandezza anche di questo aspetto della sua pittura».
La Mostra, posta sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, è promossa dalla Fondazione Piera, Pietro e Giovanni Ferrero, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, dalla Regione Piemonte e realizzata con la collaborazione della Fondazione di Studi di Storia dell'Arte Roberto Longhi di Firenze. Si avvale di un Comitato Scientifico composto da Maria Cristina Bandera, Mina Gregori, Antonio Paolucci, Giovanni Romano, Claudio Spadoni, Bruno Toscano.
Catalogo a cura di Maria Cristina Bandera (24 ORE Cultura). Saggi di Maria Cristina Bandera, Barbara Cinelli, Mina Gregori, Gian Paolo Minardi, Ferzan Ozpetek e Paolo Pejrone.
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È uno tsunami di immagini quello destinato ad invadere il MAN di Nuoro a partire dal 29 luglio: una folla di centinaia e centinaia di immagini e figure di Ed Templeton, l'Andy Warhol o forse meglio il Basquiat dell'America di oggi. In Il Cimitero della Ragione, questo il titolo della mostra, foto, disegni, acrilici, sculture, video, clips, interventi sonori raccontano le storie, le emozioni e le frequentazioni degli ultimi quindici anni del vitale e dinamico Templeton.
Quindici anni in cui l'artista, oggi poco più che trentenne, è stato interprete direttamente coinvolto, e non solo spettatore, dell'America delle periferie, violenta e insieme tenera, luoghi non luogo, senza misure o mezze misure.
Sono spaccati su adolescenti in cerca di identità. Band che vivono la noia ruotando su una pista da skateboard, il sangue delle loro cadute, le tribù della notte, le droghe e gli incontri intimi bruciati nelle piccole stanze di hotel. L'artista entra in profondità, vive i mondi, non si limita a registrarli con lo sguardo di un entomologo. La leggerezza è semmai nell'espressione, quasi riproposizioni di fanzines illustrate o meglio di adolescenziali e caotici diari di vita.
Ed Templeton nasce come skateboarder, sport che continua a praticare. Ed è proprio la pratica sportiva che gli consente di avvicinare alla pari i più giovani, registrandone crisi e ricerche, sogni, desideri, paure. Quello che travasa nelle sue immagini è un universo che ben conosce per averlo vissuto sulla propria pelle. Racconta di ricerche di sesso e di sessi, di angosce, aggressività, gioie e problemi in esistenze di passaggio. Senza giudicare, offrendo semmai opportunità e chiavi di comprensione a chi abbia voglia di capire senza preventivamente escludere.
Per lui si è richiamata l'etichetta della "street art", un'arte di strada, fatta di un insieme disordinato e straordinariamente vivo e attuale di linguaggi. Templeton esprime una continua contaminazione di foto e immagini dipinte, di interventi grafici e di scrittura: murales, tags, graffiti, pubblicità, ma anche musica, in un affastellamento di codici visivi e comportamentali.
La mostra racconta la storia di un skateur professionista, di un fotografo, di un designer, di un pittore, di un ragazzo di strada uscito dal tunnel, di un rigoroso vegano, di un pubblicitario di successo, di un creatore di moda (negli States, le sue scarpe sono simbolo di libertà creativa). Una storia che, se anche conduce alle sue vicende, supera però la dimensione autobiografica per mettere a nudo, con coraggio, i fenomeni sociali.
Difficile classificare l'opera di Ed Templeton (1972), cresciuto in una periferia di Los Angeles, adolescente diviso tra skateboarding e punk, entrambe vie di fuga e strumento di salvezza. Lo sport gli dà il successo e a 21 anni fonda la "Toy Machine Bloodsucking Skateboard Company", società leader di un territorio di confine, di una cultura urbana fuori norma.
La passione per la pittura esplode alla scoperta di Schiele, Balthus e David Hockey. E di pari passo, la passione per la fotografia. All'inizio è una fotocamera analogica, che gli permette di creare personalmente le immagini.
Così come continua ad essere allo stesso tempo sportivo e artista, mito e eterno ragazzo di strada, Templeton non vuole scegliere, non vuole limitarsi ad sola disciplina nelle sue espressioni artistiche. Fotografia, pittura, scultura ai suoi occhi sono eguali e complementari. Sulle sue opere egli usa annotare impressioni, aneddoti, stati d'animo, ad unire anche la scrittura ed il racconto. Le immagini in mostra dipanano, tutte insieme, vicende personali e storie complesse di gruppi, un Cimitero della Ragione vissuto e raccontato con crudezza ma senza insistenza. Con realistica poesia.
La mostra è un progetto in collaborazione con lo SMAK di Ghent, a cura di Thomas Caron. Catalogo edito dallo SMAK con testi di Thomas Caron, Jean-François Chevrier, Carlo McCormick, Arty Nelson and Philippe Van Cauteren.
MAN Via Satta 27 - 08100 Nuoro t&f +39 0784 252110 HYPERLINK "mailto:info@museoman.it" info@museoman.it Orario: 10:00/13:00 - 16:30/20:30 dal martedì alla domenica L'ingresso al museo è gratuito così come il servizio di visita guidata dal martedì al sabato dalle 10:00 alle 12:00 e dalle 16:30 alle 19:30. |
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Con Chardin nella Ferrara magica
CHARDIN Il pittore del silenzio Ferrara, Palazzo dei Diamanti 17/10/10 - 30/01/11 Madrid, Museo Nacional del Prado 28/02/11 - 29/05/11 |
Molti sono convinti di conoscere perfettamente Ferrara, ma forse non è del tutto così. Ecco che in occasione della mostra di Chardin, ai visitatori della grande mostra che dal 17 ottobre sarà allestita ai Diamanti viene proposto di riscoprire la città che probabilmente hanno molte volte visitato, vedendola con occhi del tutto diversi. L'abbinamento tra questa diversa percezione di Ferrara e la mostra ai Diamanti è ideale: non vi è dubbio che Ferrara sia città "appropriata" per Chardin: cartesiana e metafisica e così romantica al tempo stesso, con le sue luci limpidamente "acquatiche", quasi lagunari, e le sue atmosfere brumose e raccolte. Così Ferrara sarà una cornice preziosa e ideale per l'opera di Chardin, il pittore del silenzio. La dimensione apparentemente familiare, semplice eppure straordinariamente magica e rarefatta della sua pittura sembra fatta apposta per invitare i molti che già credono di conoscere Ferrara a tornarci per cercare di vederla con occhi diversi. Gli occhi della Magia e della Terza Dimensione. Segnali, presenze, messaggi magici, alchemici, misterici ti osservano ovunque nel cuore antico di Ferrara. Basta saperli vedere. Riconoscerli oggi non è facile. A mancare è la cultura segreta che li ha disseminati nel corso dei secoli e a obnubilarli è la consuetudine che ci porta a guardare senza realmente vedere. In una ipotetica graduatoria delle città magiche del mondo è fuor di dubbio che Ferrara viene prima, molto prima, delle più note Torino e Praga. Se non altro perché l'impianto stesso di questa città è il frutto del connubio fra un grande architetto, Biagio Rossetti, e uno straordinario astrologo, Pellegrino Prisciani, autorevolissimo consigliere del Principe, uomo di profonda cultura e di enorme prestigio. Lavorando l'uno con gli strumenti della tecnica e l'altro con quelli segreti dell'astrologia crearono una città nuova, la cosiddetta Addizione Erculea, ponendola all'interno di un quadrato astrologico. Punto di forza, centro gravitazionale diremmo oggi, di questo magico sistema, era ed è il Palazzo dei Diamanti, il Medium Coeli, il luogo dove convengono le energie sottili della città. È qui che si realizza la massima estensione della luce, come avviene (e non è un caso) nel diamante, simbolo di limpidezza e perfezione, nonché pietra incorruttibile ed eterna. Se le ombre proiettate dal sole indicano con assoluta precisione l'inizio degli equinozi, messaggi complessi e profondi sono, per chi li sa vedere, puntualmente indicati nelle paraste di marmo agli angoli del Palazzo, paraste che tutto sono tranne che eleganti decorazioni. Discorsi complessi, che raccontano di come il piombo si tramuti in oro, sono inseriti da Biagio Rossetti anche nella nuova Certosa, dipanati nelle formelle che descrivono puntualmente la Grande Opera che si compie sotto il segno del Liocorno. Ma la magia qui era di casa già da secoli. Se ci fosse un qualche dubbio basterebbe studiare le proporzioni numerologicamente perfette della Cattedrale, casa di Dio ma anche luogo popolato da leoni, grifoni, agnelli mistici, stelle di David e demoni, tanti e minacciosi. Su questi percorsi vigila "Madonna Frara". Poco più in là, le formelle dei Mesi parlano dello scorrere del tempo ma anche del ruolo dei segni dello Zodiaco. Il San Giorgio di Cosmè Tura, maestro non solo della pittura, uccide il drago con una lancia di pura luce. Tutti sanno quanto l'astrologia conti nei celebri affreschi di Palazzo Schifanoia, così come molti conoscono le leggende cresciute intorno alla Palazzina di Marfisa, luogo misterico sin dai minimi dettagli progettuali. E l'elenco potrebbe continuare molto, molto a lungo. Non stupisce che qui si sia laureato Paracelso, che qui abbia studiato Copernico, che qui abbiano trovato rifugio i catari, che qui, ed esattamente in San Giacomo, secondo una tradizione mai dimostrata ma sempre ripetuta, abbia trovato sepoltura Huges de Payen, o meglio de Pagani, il fondatore dell'Ordine dei Cavalieri del Tempio, i Templari. Senza dimenticare gli Ebrei e la loro cabala, e gli intellettuali di primissimo piano che hanno espresso. Ma qui, all'ombra degli Este, si riunirono anche i membri di varie sette e una donna, Renata di Francia, "fiancheggiava" i Calvinisti. Mentre in città governava Lucrezia Borgia, qui cresceva quel Girolamo Savonarola che finì al rogo a Firenze nel 1498. Molti secoli più tardi, de Chirico espresse qui il meglio della sua arte metafisica. Nulla c'entra con queste storie. Forse.
Per saperne di più: Morena Poltronieri e Ermesto Fazioli "Ferrara Magica" edizioni Hermatena (in vendita al book shop di Palazzo dei Diamanti).
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