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La conferenza stampa tenuta ieri da Denis Verdini - il coordinatore del Popolo delle libertà inquisito da due procure della Repubblica - sarà riproposta più volte negli anni a venire quando - perché quel momento verrà - il Paese potrà ragionare con serenità, e magari ridere, di questo momento della sua storia. Allora ci si stupirà nel rivedere quelle immagini, proprio come oggi ci si stupisce davanti alla mimica mussoliniana e alla retorica dei documentari dell’Istituto Luce.
E ci si domanda come un Paese civile potesse sopportare quel tragico pagliaccio e la corte mediocre dei suoi servi. Mentre scorreranno le immagini di Denis Verdini - l'ex macellaio diventato banchiere e poi politico, uno degli uomini più potenti di quella povera Italia - non faremo caso, tanto ci parranno ovvie, alle parole dello speaker che ci racconterà come il 28 luglio del 2010, nel mezzo di una crisi economica planetaria devastante, mentre il Paese era impegnato in una guerra che proprio quel giorno aveva portato via due dei nostri ragazzi, la principale preoccupazione del capo del governo fosse trovare il modo di far fuori politicamente la terza carica dello Stato colpevole di aver avuto un sussulto di pudore davanti al tentativo di coprire l’illegalità dilagante con una legge fatta per imbavagliare la libera stampa e rendere più difficile le indagini contro le associazioni mafiose. «Le organizzazioni criminali - dirà lo speaker - all’epoca erano penetrate fino ai vertici dello Stato.
Poche settimane prima uno dei principali collaboratori del premier, nominato dal medesimo premier senatore, era stato condannato nel processo d’appello a sette anni di carcere per i suoi rapporti con Cosa Nostra. Lo stesso reato contestato, ma per rapporti con la camorra, al sottosegretario all’Economia del governo in carica. In quegli stessi giorni erano finiti sotto inchiesta, per vari reati tra cui quello di violazione della legge contro le associazioni segrete, il senatore, il sottosegretario all’Economia, un altro sottosegretario (quello alla Giustizia) e lo stesso Denis Verdini che, in quella ormai storica conferenza stampa del 28 luglio 2010, svolse un monologo di una quarantina di minuti prima di consentire ai giornalisti di porre qualche domanda».
«Il giorno prima era stato sentito per nove ore dai magistrati. Si era trovato in difficoltà soprattutto davanti alle contestazioni relative ai suoi rapporti con Flavio Carboni, uno dei personaggi più squalificati dell’epoca, col quale - al pari del senatore condannato per Cosa Nostra - aveva stabilito un rapporto di cordialità, di amicizia, e anche d’affari. Ma, come avete sentito, nei quaranta minuti del suo monologo, Denis Verdini non fece alcun riferimento a quelle circostanze. Anzi, giunse a sostenere che quanto stava dicendo non era la “sua” verità ma “la Verità” perché egli, essendo parte in causa in quelle vicende, meglio di tutti le conosceva. Come se oggi un imputato di omicidio chiedesse d'essere prosciolto sulla parola».
«Ma erano quelli i tempi. Il capo del governo controllava l’intero sistema d’informazione televisiva e l’anno prima aveva invitato esplicitamente gli industriali a negare la pubblicità ai giornali non allineati. Erano anche in atto un serie di provvedimenti finalizzati a colpire economicamente, per eliminarla, la carta stampata. Ma, nello stesso tempo, i quotidiani sotto controllo governativo effettuavano un’opera sistematica di denigrazione degli avversari politici. Quella mattina su un quotidiano di proprietà del fratello (egli pure plurinquisito) del premier era apparso un articolo scandalistico sulla terza carica dello Stato». «Ma torniamo alle immagini.
Avete sentito le urla? Accadde quando una giornalista de l’Unità domandò spiegazioni circostanziate su alcuni passaggi di denaro tra Flavio Carboni e la banca di Denis Verdini. Si trattava della questione più imbarazzante. Quella che, nell’interrogatorio, aveva creato i maggiori problemi. Perché inspiegabile che un personaggio squalificato come Flavio Carboni avesse trasferito una grossa somma di denaro a uno dei più importanti leader del partito di governo il quale, per perfezionare l’operazione, aveva anche utilizzato un prestanome». «Ma, cari ascoltatori, attenzione: le urla che avete sentito non erano di Verdini. Egli, al contrario, per l’intera conferenza stampa, mantenne un atteggiamento cordiale, almeno in apparenza, e disse col sorriso sulla labbra anche frasi che, ai diretti interessati, suonarono minacciose.
Come quando definì chissà perché “morbosa” la domanda della giornalista de l’Unità , o quando, facendone il nome e il cognome, si domandò con finto stupore perché mai fosse assente una giornalista del Corriere della Sera che aveva scritto articoli documentati sulla sua vicenda giudiziaria. A gridare fu un altro giornalista che in passato era stato parlamentare e anche ministro per la stessa coalizione del capo del governo e di Verdini. Urlò un paio di offese contro la giornalista de l’Unità colpevole di aver fatto la domanda giusta. Poi - concluso il servizio - andò via. Dirigeva un giornale del quale Verdini eracomproprietario. Succedevano queste cose in quelli che oggi ricordiamo come “Gli anni della vergogna”».
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L’Acquila: ovvero, le case consegnate così in fretta e con tanta pompa ai terremotati che fanno acqua da tutte le parti. L’inchiesta è stata pubblicata oggi su “Repubblica”, le foto fanno venire il mal di stomaco: acqua dappertutto, infiltrazioni, deterioramenti. Avevano ragione di ridere, gli infami sciacalli che tutti conosciamo (e che conosciamo grazie alle intercettazioni che questo governo vuole bloccare, far sparire, distruggere: perché non è grave che si rida delle disgrazie su cui si pensa di arricchirsi: è grave che qualcuno ci senta). Ma non è di questo che voglio parlare. Voglio parlare, invece, del primo commento apparso in calce all’articolo di Repubblica: voglio parlare del lettore che ha scritto, testualmente, così: “non siete altro che dei sciacalli!!!! i volontari,la protezione civile e tutti gli altri operatori sono andati in Abruzzo con l’intento di ricostruire L’Aquila, voi giornalisti di sinistra, la guzzanti siete andati in Abruzzo solo per denigrare loperato di chi lavora. SCIACALLI !!!!!!” Questo cieco (e sgrammaticato) fanatismo è il vero sintomo del male he affligge l’Italia: non un governo incapace, maneggione, tutto apparenza e niente sostanza, ma una grossa fetta di popolo (non grossa come piacerebbe a Berlusconi, ma sempre troppo grossa per un Paese civile e democratico) che continua ad appoggiarlo a qualsiasi costo, negando l’evidenza, attaccando non chi commette gli errori, ma chi si permette di dire che sono stati commessi. E’ un nuovo effetto-Berlusconi: colui che non vuole punire i delinquenti, ma chi si azzarda a pizzicarli con le mani nella marmellata. Che non ce l’ha con la mafia, ma con chi la denuncia. E così via. Io non sono choccata dalle foto dell’”Acquila” post terremotata e neo-alluvionata: non mi aspettavo niente di più e niente di meno….anzi, SO che questo è solo l’inizio, perché quelle case sono state anche costruite su un terreno idrogeologicamente instabile, che potrebbe letteralmente sprofondare in caso di “vera” alluvione. Non posso meravigliarmi se, tanto per cominciare, l’alluvione se la ritrovano dentro casa, né mi meraviglio leggendo che almeno in un caso, dai rilievi effettuati, sono state riscontrate carenze della qualità del calcestruzzo. All’Aquila! Nelle case consegnate a chi ha già visto crollare come castelli di carte case, strutture ospedali per colpa di chi aveva speculato sulla qualità del cemento! Indignarsi è scontato, è impossibile evitarlo: ma sorpresa non sono. Invece riesco ANCORA a sorprendermi nel leggere commenti come quello riportato sopra. Riesco ancora a pensare “Ma noooooooo… non è possibile!” Anche perché persone come quella che ha redatto il commento prendono lucciole per lanterne (che c’entrano i volontari della Protezione civile con le case annacquate? Mica le hanno costruite loro), hanno una gran confusione in testa, non sanno di cosa stanno parlando…eppure parlano, e non solo parlano: attaccano, insultano, trasudano livore ed astio (maaaaa…e il partito dell’amore?!?). E questo perché? Perché qualcuno ha criticato il Governo. Perché qualcuno ha fatto il suo lavoro di giornalista nel modo giusto, ovvero sorvegliando, scoprendo le magagne di chi ci governa e mettendole in piazza come un giornalismo serio DEVE fare, se vuole rappresentare uno dei principali baluardi contro i regimi dittatoriali. Ma al lettore di Repubblica questo non sta bene: si scaglia a urlare SCIACALLI, tutto maiuscolo e con mille punti esclamativi, non contro i pezzi di merda che consegnano a gente disperata case che perdono i pezzi, ma contro chi ha l’ardire di criticarli. Un tale cieco fanatismo, un tale asservimento al potere non si è mai visto in nessuna parte del mondo. I dittatori, normalmente, vengono applauditi in piazza ma detestati in privato, e gli unici a menare chi li critica sono gli sgherri dei padroni, PAGATI dai padroni. Ma questo signore, napoletano a quanto si evince dal nick con cui si è firmato, incolto e sgrammaticato come dimostra il suo messaggio, non credo che sia stato pagato: almeno mi auguro che se Berlusconi e la sua cricca volessero stipendiare dei troll per andare a rompere le scatole sui giornali se ne sceglierebbero almeno qualcuno capace di scrivere in italiano corretto. Quindi presumo che questo signore sia partito di sua spontanea volontà. E presumo che dopo aver scritto il suo indignato e infervorato commento, sia uscito in strada cantando: “E sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale, diventan tristi se noi piangiam”. Perché, evidentemente, la canzone di Jannacci a qualcuno calza perfettamente. Ma davvero, una simile presa di posizione a favore di chi delinque e di chi mangia sulle disgrazie altrui mi lascia allibita. E una simile fedeltà a chi mangia sulle disgrazie altrui mi sembra peggiore di qualsiasi fanatismo talebano: che QUELLI, almeno, hanno un ideale religioso. Bacato finché si vuole, ma per loro importantissimo: più della loro stessa vita. Questo signore, invece, chi difende con cotanto ardore, disposto (chissà) anche ad immolarsi per loro? Berlusconi e Bertolaso. Gente che all’Aquila non ci va più perché non li fanno manco più entrare: perché li prendono a pernacchioni appena li vedono. Ma la colpa di tutto è dei giornalisti di sinistra! E allora, caro signore di Napoli, permettimi di dirti che non sei solo talebano, non sei solo fanatico, non sei solo accecato dall’odio verso la sinistra che, tra i suoi valori, ha anche la cultura…e che se avesse governato forse ti avrebbe insegnato a scrivere. Sei anche il destinatario ideale per l’epiteto che il tuo Re (tuo, e di tutti quelli che la pensano come te) ha voluto gentilmente elargire a tutte le persone che non l’hanno votato (e che, grazie a Dio, mai lo voteranno): caro signore di Napoli, tu sei un emerito COGLIONE. |
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